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L’ ULTIMO BERNINI E' IL "SALVATOR MUNDI"
È
stato ritrovato a Roma l’ultimo capolavoro del Bernini. Un busto
marmoreo raffigurante il Salvatore, che l’artista scolpì poco
prima della morte “per sua devotione”. Definendolo il suo
“Beniamino” di Pina Baglioni tratto dal mensile "30
Giorni"
Il Salvator mundi, Gian Lorenzo Bernini, 1679 circa, convento di
San Sebastiano fuori le Mura, Roma
Con le spalle avvolte da un manto che ha l’effetto del raso, il
bellissimo volto incorniciato da fluenti capelli e la mano
destra «benedicente», un busto di marmo raffigurante il Signore
se ne sta nascosto nell’oscurità di una nicchia. Ricavata nel
muro di un piccolo ingresso nel convento di San Sebastiano fuori
le Mura, lungo la via Appia antica a Roma.
Sembra che non si tratti di una statua qualsiasi. Grazie a
fortunate coincidenze, accadute nell’agosto del 2001, alcuni
storici dell’arte vi hanno riconosciuto il Salvator mundi,
l’ultima opera di Gian Lorenzo Bernini, il «gran regista del
barocco», l’artista “globale” capace di ammonire chiunque con un
perentorio: «Non parlatemi di niente di piccolo». Che però «alla
fine della sua straordinaria esistenza», scrive Claudio
Strinati, specialista del Seicento romano, nonché soprintendente
ai Beni artistici e storici di Roma, «chiude la sua parabola in
una muta meditazione». Tanto da realizzare «per sua devotione»
un bellissimo busto di Cristo considerato affettuosamente dal
vecchio artista il suo “Beniamino”.
Ma alla fine del XVII secolo quest’opera straordinaria scompare.
In oltre trent’anni di studi, almeno dal 1972, più di una volta
s’è avuta la convinzione di essere giunti al suo ritrovamento. E
così il percorso, terminato davanti alla soglia del convento
romano di San Sebastiano, è stato piuttosto tortuoso.
Nel febbraio scorso il Salvator mundi è stato esposto per la
prima volta come autentico del Bernini nella mostra “Velázquez,
Bernini, Luca Giordano. Le corti del Barocco” presso le Scuderie
del Quirinale di Roma. A mostra conclusa, il busto raffigurante
Cristo ha fatto ritorno nella sua oscura e solitaria dimora
dell’Appia antica, di nuovo sottratto allo sguardo dei più.
Studio per il “Salvator mundi”, Gian Lorenzo Bernini, carboncino
su carta, 1679 circa, Istituto Nazionale per la Grafica, Roma
Quando e perché Gian Lorenzo Bernini scolpì il Salvator mundi?
«… Et adesso […] corre l’anno 82 della sua età […] con ottima
salute havendo operato in marmo sino all’anno 81, quale terminò
con un suo Salvatore per sua devotione». Questo racconta una
biografia berniniana, compilata nel 1680 dal figlio dell’artista
Pier Filippo e conservata presso la Biblioteca nazionale di
Parigi. Il riferimento, per la prima volta preso in
considerazione negli studi sul Salvatore, è stato gentilmente
anticipato a 30Giorni dall’architetto Francesco Petrucci,
conservatore di Palazzo Chigi di Ariccia, una località a pochi
chilometri da Roma. Il nuovo documento è inserito nell’articolo
di Petrucci intitolato Il busto del Salvatore di Gian Lorenzo
Bernini: un capolavoro ritrovato, di prossima pubblicazione sul
Bollettino d’Arte.
Bernini dunque muore a ottantadue anni, il 28 novembre del 1680,
e scolpisce la statua un anno prima. In un’altra biografia,
quella redatta da Filippo Baldinucci nel 1682, si sostiene che
la statua fosse stata realizzata per la regina Cristina di
Svezia ma che questa, pur apprezzandola, la rifiutò per il fatto
di non poter donare al Bernini un oggetto di egual valore. Alla
morte dell’artista, Cristina ricevette comunque in eredità il
Salvator mundi. Scrive il Baldinucci che l’artista in
quell’ultimo periodo della sua vita, dedito «più al
conseguimento degli eterni riposi, che all’accrescimento di
nuova gloria mondana […] si pose con grande studio a effigiare
[…] il nostro Salvator Gesù Cristo, opera che siccome fu detta
da lui il suo Beniamino, così anche fu l’ultima che desse al
mondo la sua mano […] in questo Divino Simulacro pose egli tutti
gli sforzi della sua cristiana pietà». E ancora da un’altra
biografia di suo figlio Domenico, edita nel 1713, sappiamo che
«ormai prossimo il Cavaliere alla morte […] volle illustrar sua
vita […] con rappresentare un’opera […] che termina con essa i
suoi giorni. Questa fu l’Immagine del nostro Salvatore in mezza
figura, ma più grande del naturale, colla mano destra alquanto
sollevata, come in atto di benedire. In essa compendiò e
restrinse tutta la sua Arte».
La scultura fu dunque lasciata in eredità alla regina Cristina
di Svezia, grande amica del Bernini. La regina, che morì nel
1689, la lasciò a sua volta in eredità a papa Innocenzo XI
Odescalchi.
L’ultimo “avvistamento” del Salvator mundi risale, secondo
Francesco Petrucci, al 1773, e non al 1713, come sostenuto nei
vari studi sull’argomento: da recenti ricerche realizzate presso
l’archivio della famiglia Odescalchi, l’opera risulta citata
nella Perizia Odescalchi ancora il 16 gennaio del 1773.
Poi, sulla celebre statua, cala definitivamente il sipario.
Uniche tracce del capolavoro, uno Studio per il Busto del
Salvatore, dello stesso Bernini, conservato all’Istituto
Nazionale per la Grafica di Roma, nel Fondo Corsini, e una copia
commissionata, non si sa a chi, dal francese Pierre Cureau de la
Chambre, un amico del Bernini conosciuto sin dal suo soggiorno
parigino del 1665.
Nel 1972 si ricomincia a parlare del Salvator mundi: a farlo,
lo studioso americano Irving Lavin, professore di Storia
dell’arte all’Institute for Advanced Studies di Princeton.
Saranno proprio le sue intuizioni e scoperte a riaprire il
“caso” del busto del Salvatore. In un saggio del 1972 apparso
sulla rivista Art Bulletin, Lavin dà notizia della presenza,
presso il Chrysler Museum di Norfolk, negli Stati Uniti (in
Virginia), di «un busto in marmo raffigurante il Cristo
benedicente che corrisponde così perfettamente alle descrizioni
delle fonti e al disegno Corsini che potrebbe essere
identificato sia con la copia di Cureau che con l’originale». Il
grande studioso ammette una certa goffaggine dell’opera rispetto
agli standard berniniani, definendola «sbagliata». Ma ne
giustifica i difetti sia con la tarda età dell’artista sia con i
problemi al braccio destro che afflissero il Bernini nell’ultimo
periodo della vita. Tanto da concludere: «Questi elementi, che
apparentemente la farebbero escludere, testimoniano
l’autenticità della scultura di Norfolk, se consideriamo il
soggetto e le particolari circostanze nelle quali il Salvatore è
stato creato».
Salvo qualche eccezione, l’ipotesi di Lavin fu accolta
unanimemente dalla critica. Solo un anno dopo, allo studioso
statunitense giunge un’importante segnalazione da parte di un
collega: esiste un altro busto del Salvator mundi ed è custodito
nella cattedrale di Sées, a Orne in Normandia. Irving Lavin dopo
averlo visto scrive, in un secondo saggio: «Si può quasi
certamente identificare con la copia perduta del Salvatore
menzionata da una fonte contemporanea… la copia commissionata da
Pierre Cureau de la Chambre (1640-1693), amico dell’artista».
L’amico francese del Bernini era l’abate di Saint-Barthélemy, la
chiesa del palazzo reale di Parigi. La fonte di cui parla Lavin
è L’eloge de le Cavalier Bernin scritto nel febbraio del 1681
da Cureau dopo aver saputo della morte dell’artista. In uno
scritto successivo, l’abate francese rendeva noto che la copia
del Salvatore se l’era tenuta in casa. Non una parola né
sull’autore della copia né sulla sua provenienza.
Agli inizi degli anni Settanta dunque, si era ragionevolmente
certi di aver individuato negli Stati Uniti il Salvator mundi
originale, e in Francia la sua copia. Ma alla fine degli
anni Novanta, ecco che la celebre statua comincia di nuovo a far
parlare di sé.
Nel maggio del 1999 infatti, per celebrare il quarto centenario
della nascita del Bernini, si inaugura al Museo di Palazzo
Venezia a Roma la mostra “Gian Lorenzo Bernini regista del
Barocco” la cui consulenza è affidata a Maurizio Fagiolo
dell’Arco, grande specialista del Barocco romano e del Bernini.
Collabora anche Francesco Petrucci. In mostra c’è una grande
sorpresa: nell’ultima saletta del percorso espositivo, dedicata
agli ultimi anni del Bernini, viene esposto il Salvator mundi
proveniente dalla cattedrale di Sées, in Normandia. Vale a dire
il busto che Lavin aveva considerato una copia. Ma attraverso le
pagine del catalogo in mostra Fagiolo dell’Arco e Francesco
Petrucci lanciano un’altra ipotesi: il busto di Sées è così
bello che potrebbe non essere la copia, ma l’originale.
Il fatto è che gli studiosi italiani scrivono e pubblicano i
loro scritti avendo visto il busto solo in fotografia. Ma quando
lo vedono da vicino, cominciano ad avere qualche dubbio. E nel
corso di una conferenza, Fagiolo dell’Arco espone le sue
perplessità: «Lo studio dell’opera da vicino, e non dalle
fotografie, mi aveva persuaso di essere di fronte a una opera,
anche se bellissima, di bottega».
Il
Salvator mundi non s’è mai mosso da RomaLa
svolta nelle indagini avviene nell’agosto del 2001 a Urbino,
dove si sta svolgendo una mostra dedicata a papa Clemente XI
Albani. Tra le foto pubblicate in catalogo ce n’è una che
riproduce un busto raffigurante una statua di Cristo. La
relativa scheda, redatta da due giovani studiosi, la segnala
ubicata «nel Monastero di San Sebastiano fuori le Mura, già
nella sagrestia Albani» e attribuita a un tal Pietro Papaleo,
uno scultore palermitano, scultore attivo a San Sebastiano fuori
le Mura tra il 1705 e il 1710. A visitare la mostra e a
sfogliare quel catalogo c’è anche Francesco Petrucci che davanti
alla bellissima fotografia rimane abbagliato. Il busto è troppo
bello per essere stato scolpito da un artista mediocre come
Papaleo. Nell’articolo di prossima pubblicazione e anticipato a
30Giorni racconta: «Combinai per il 7 febbraio del 2002 una
visita congiunta con Fagiolo [nel convento di San Sebastiano,
ndr], che condivise il mio entusiasmo per l’opera, e che
riconoscemmo subito come un sommo capolavoro degno della fama
del perduto Salvatore del Bernini».
Certo, c’era da capire come e quando la statua fosse arrivata al
convento di San Sebastiano. La storia del convento è infatti
piuttosto complicata: durante il periodo napoleonico, l’epoca in
cui il busto potrebbe aver lasciato Palazzo Odescalchi, i
cistercensi che lo occupavano furono cacciati. Tornati dopo la
bufera rivoluzionaria, se ne andarono definitivamente nel 1826,
quando papa Leone XII affidò il convento, in via definitiva, ai
Frati minori osservanti della Provincia romana. Nel secondo
dopoguerra il busto si trovava nella sagrestia Albani, allora
adibita a museo. Tra il 1954 e il 1960 l’ambiente fu annesso
alla chiesa di San Sebastiano e la statua fu spostata in un
ingresso del convento e collocata in una nicchia. E là è rimasta
fino a oggi, in uno stato di semiclandestinità.
Tornando intanto alla vicenda dell’identificazione del busto,
nel marzo del 2002 Maurizio Fagiolo dell’Arco pubblica il volume
Berniniana. Novità sul regista del Barocco, dove scrive: «Si
presenta ancora aperto, almeno a mio avviso, il problema
dell’ultima scultura monumentale del Bernini, il Salvator
mundi». E riferendosi alla statua individuata a Roma, la
considera assolutamente degna di essere introdotta negli studi
berniniani perché gli elementi a sostegno dell’autenticità sono
molti: la trattazione prodigiosa del marmo, tipica del Bernini.
La mano di Cristo appare identica a quella della statua del
Costantino alla Scala Regia della Basilica di San Pietro in
Vaticano, e a quella del busto di Clemente X alla Galleria
Nazionale d’Arte antica di Roma; inoltre corrispondono al
millimetro con l’inventario Odescalchi le dimensioni del busto.
Nel suo Berniniana Fagiolo dell’Arco annuncia che a breve
avrebbe realizzato una pubblicazione scientifica dell’opera.
Intanto spedisce la riproduzione fotografica del Salvator mundi
del San Sebastiano a Jennifer Montagu, insigne specialista di
scultura barocca. Che il 25 marzo risponde di essere rimasta
affascinata dalla scultura. Capolavoro che, secondo la grande
studiosa, non aveva nulla a che vedere, per la qualità e
bellezza, con la statua di Sées, tantomeno con quella di
Norfolk in Virginia.
Maurizio Fagiolo dell’Arco muore l’11 maggio del 2002 non
riuscendo purtroppo a scrivere il suo libro sul Salvator mundi.
A rompere gli indugi, in grande fretta, e ad affermare senza
riserve che il busto originale del Bernini era proprio quello
del monastero sull’Appia antica è Irving Lavin, un anno dopo.
Sconfessando quanto aveva affermato nel ’72, e cioè che il
Salvator mundi originale fosse quello ritrovato a Norfolk, in
Virginia.
Nel 2003 infatti, nel saggio La mort de Bernin: vision de
rédemption inserito nel catalogo della mostra Baroque vision
jésuite. Du Tintoret à Rubens, (Somogy, Paris 2003, pp. 105-19),
a proposito del Salvator mundi Lavin scrive: «L’originale di
questa celebre opera, conosciuto grazie a un certo numero di
studi preparatori e a varie copie, è stato considerato perduto
da molti anni […] Questa scultura […] è stata ritrovata
recentemente nella sacrestia della cappella di papa Clemente XI
Albani (1700-1721) a San Sebastiano fuori le Mura».
A questo punto, il caso della “paternità” del Salvator mundi,
sembrerebbe risolto.
Indipendentemente da questo, la storia del Salvator mundi
restituisce un’immagine di Gian Lorenzo Bernini inedita,
commovente: quella di un uomo potentissimo che ebbe in mano Roma
per oltre mezzo secolo, amato, ammirato, vezzeggiato da ben
quattro papi, decine di cardinali, addirittura dal Re Sole. E
che alla fine della vita volle fare un’unica cosa: scolpire
l’immagine di Gesù, il suo Beniamino. Per «sua devotione».
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