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DOMINE QUO VADIS?
La
tradizione del “Quo vadis, Domine?”, che significa, Signore,dove
vai?, si ispira a una testo apocrifo secondo la quale, durante
la persecuzione scatenata da Nerone contro i cristiani, Pietro
si apprestava a lasciare Roma. Giunto alle porte della città,
dove la via Appia si incrocia con la via Ardeatina, ebbe una
visione: Gesù Cristo, portando la croce, si accingeva ad entrate
in città. Sorpreso, Pietro gli chiese: “Signore, dove vai?”. E
il Signore rispose: “ Vado in città a farmi crocifiggere
un’altra volta”. San Pietro rimase immobile, capì che doveva
tornare per affrontare il suo martirio.
I
RACCONTI DEGLI APOCRIFI SU PIETRO
Tra
gli Apocrifi, abbiamo documenti che narrano le vicende
dell’apostolo Pietro a Roma, soffermandosi in particolare a
raccontare nei dettagli il presunto incontro-scontro tra questi
e Simon Mago.
il
racconto ha una grande diffusione e ci permette di conoscere le
tradizioni cristiane che si sviluppano e trovano una loro
visualizzazione, e una successiva monumentalizzazione, proprio
sull’Appia, incrementando anche il pellegrinaggio “sulle orme
dell’Apostolo”.
Viene dunque riportato negli Atti di Pietro, nella Passione di
Pietro dello Pseudo-Lino e negli Atti di Pietro e Paolo dello
Pseudo-Marcello, testi che possono essere datati dal II al IV
secolo d.C..
Il
racconto, come quello successivo del martirio a testa in giù,
rappresenta evidentemente uno sviluppo letterario sia del testo
del Vangelo di Giovanni in cui si descrive l’ultimo colloquio di
Pietro con Cristo (Gv 21, 15-23), sia del capitolo degli Atti in
cui si racconta la sua liberazione dal carcere (At 12, 1-17).
Le
descrizioni fornite da questi apocrifi circolano nella comunità
cristiana e vengono riportate anche da autorevoli autori quali
Tertulliano (Scorp. 15,3; Prescrizione, 36; Contro Marcione,
IV,5) ed Origene (in Eusebio, Hist. Eccl., III, 1, 2).
Rileggiamo il passo saliente degli Atti di Pietro, il testo
apocrifo più antico, risalente alla fine del II secolo:
“Santippe
si accorse del consiglio del marito [Albino] ad Agrippa
[Prefetto di Roma] e mandò ad avvisare Pietro di uscire da Roma.
Anche gli altri fratelli, insieme a Marcello, lo scongiuravano
di andarsene. Ma Pietro rispose loro: ‘Dobbiamo dunque fuggire,
o fratelli?’. Quelli dicevano: ‘No, ma è perché tu puoi ancora
servire il Signore’. Pietro, dunque, ubbidendo ai fratelli,
partì solo, dicendo: ‘Nessuno di voi esca con me; mi travesto e
me ne esco solo’. Mentre però attraversava la porta, vide
entrare in Roma il Signore. Vedendolo gli disse: ‘Signore, come
mai ti trovi qui?’. Il Signore gli rispose: ‘Vado a Roma per
essere crocifisso’. Pietro gli chiese: ‘Signore, tu sei
crocifisso di nuovo?’. Gli disse: ‘Sì, Pietro, io sono
crocifisso di nuovo’. Allora Pietro rientrò in se stesso e vide
il Signore salire al cielo. Tornò pertanto a Roma lieto e
glorificando il Signore, perché lui stesso gli aveva detto: ‘lo
sono crocifisso’, come doveva accadere a Pietro”.
Nella Passione di Pietro dello Pseudo-Lino, databile al IV
secolo, la scena del dialogo tra Pietro e i cristiani di Roma
diventa ancor più dettagliata.
Intervengono anche i custodi del carcere, Processo e Martiniano,
poi Martiri anch’essi, per scongiurare Pietro di andarsene da
Roma, ricordando e testimoniando il loro affetto e la loro
devozione verso chi li aveva battezzati, nel carcere Mamertino,
facendo sgorgare una fonte d’acqua dalla pietra. Convinto dai
discepoli Pietro parte. Ecco la versione dell’episodio fornita
dalla Passione:
“La
notte seguente, compiuta la preghiera liturgica, salutò i
fratelli e raccomandatili a Dio con la benedizione, partì solo.
Mentre camminava, gli caddero le fasce della gamba, consunte dal
ceppo. Stava però per varcare la porta della città, quando si
vide venire incontro Cristo. Lo adorò e gli disse: ‘Signore,
dove vai?’. Cristo gli rispose: ‘Vengo a Roma per essere
crocifisso di nuovo’. Pietro a lui: ‘Signore, sarai crocifisso
di nuovo?’. Il Signore a lui: ‘Sì, sarò crocifisso di nuovo!’.
Pietro replicò: ‘Signore, torno indietro per seguirti. Quindi il
Signore prese la via per il cielo. Pietro l’accompagnò, fisso
con lo sguardo e piangendo di consolazione. Tornando in sé, capì
che le parole si riferivano al suo martirio, come cioè in lui
avrebbe sofferto il Signore, il quale soffre negli eletti
mediante la compassione pietosa e la loro celebrazione gloriosa.
E così ritornò festante in città, glorificando Dio. Raccontò ai
fratelli che il Signore gli era andato incontro e gli aveva
detto che sarebbe stato crocifisso nuovamente per mezzo suo”.
In
questo secondo testo troviamo esplicitamente la fatidica
domanda, che manca invece negli Atti: “Quo vadis, Domine? Dove
vai, Signore?”. Inoltre si accenna ad una fascia, che riveste le
caviglie di Pietro per attenuare la stretta dei ceppi e delle
catene, e che, scivolando dalla gamba, cade per strada nella
corsa notturna.
Negli Atti di Processo e Martiniano, che riportano ugualmente
l’episodio, si specifica che la fascia cade sulla “Via Nova”. Lì
sarebbe stata raccolta da una matrona cristiana che l’avrebbe
conservata nella sua casa divenuta poi uno dei tituli di Roma
col nome dì Titulus Fasciolae, per ricordare l’episodio della
fuga di Pietro.
Nei
VI secolo la dicitura del Titulus viene modificata, e si parla
ormai del Titolo di Nereo e Achilleo, Martiri che. venivano
venerati nella non lontana catacomba di Domitilla, le cui
reliquie furono poste sotto l’altare: è la chiesa che possiamo
ammirare ancor oggi sulla destra di Via delle Terme di
Caracalla, via che un tempo rappresentava il primo tratto
dell’Appia dopo l’antica Porta Capena.
Negli Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo-Marcello, del 400 ca.,
l’episodio dell’incontro di Pietro con Cristo viene addirittura
narrato dallo stesso Pietro alla folla mentre subisce il
martirio, facendosi crocifiggere a testa in giù, per esprimere
la sua indegnità ad essere crocifisso come Cristo.
In
questi Atti troviamo, in aggiunta, un nuovo racconto sulle
reliquie dei due Apostoli, che in qualche modo vuol spiegare ciò
che poi si verifIca proprio sull’Appia.
Si
legge, dunque: “Alcune pie persone d’Oriente tentarono di
rapire i corpi dei santi, ma subito un terremoto scosse la
città. Gli abitanti, conosciuto il fatto, accorsero e li
portarono via. Quelli fuggirono. Allora i Romani, presi i corpi,
li deposero in un luogo a tre miglia dalla città, dove furono
custoditi per un anno e sette mesi, finché ebbero costruito il
luogo dove dovevano deporli. Quindi, radunatisi, li deposero nel
luogo per loro edificato”.
Alcune recensioni dei testo specificano il luogo a tre miglia da
Roma aggiungendo “nelle catacombe sulla Via Appia”.
Ritornando all’episodio del Quo vadis?, esso ci viene narrato
anche da altre fonti, ad esempio da S. Ambrogio, che così lo
riprende nella Lettera contro Auxentius, attingendo
evidentemente dagli Apocrifi appena citati, in particolare dagli
Atti di Pietro:
“Lo
stesso Pietro, in seguito, vinto Simone, siccome diffondeva tra
il popolo i precetti di Dio e insegnava la castità, irritò
l’animo dei pagani. E poiché questi gli davano la caccia, i
cristiani lo scongiurarono di allontanarsi per un po’ di tempo;
e quantunque desiderasse il martirio, tuttavia, per riguardo del
popolo che lo supplicava, si lasciò piegare. Lo si pregava,
infatti, di salvare la sua vita per istruire il popolo e
confermarlo nella fede. In breve, di notte si accinse a uscire
dalle mura e, vedendo sulla porta Cristo che gli veniva incontro
ed entrava in città, gli chiese: ‘Signore, dove vai?’. Cristo
gli rispose: ‘Vengo per essere crocifisso’ una seconda volta’.
Pietro comprese che la risposta divina si riferiva alla propria
croce;
infatti non poteva essere crocifisso una seconda volta Cristo,
che col supplizio della morte da Lui subita si era spogliato
della carne; in quanto infatti egli è morto, è morto una volta
sola, ma in quanto vive, vive per Dio (Rm 6, 10). Pietro,
dunque, comprese che Cristo doveva essere crocifisso una seconda
volta nel suo servo, e perciò spontaneamente ritornò sui suoi
passi. Ai cristiani che lo interrogavano diede la risposta
dovuta e, subito arrestato, con la sua morte glorificò il
Signore Gesù”.
A
ricordare l’episodio sorse anche una chiesa, lì dove ora l’Ardeatina
si separa dall’Appia. Sembra che non ci siano attestazioni della
sua esistenza prima dell’XI secolo, giacché la sua prima
menzione si trova in una bolla di Gregorio VII del 1074, in cui
si ricordano i beni donati alla basilica di San Paolo fuori le
Mura. Tra questi viene, appunto, elencata una ecclesia Sancta
Maria quae cognominatur Domine-quo-vadis. Altri successivi
documenti la ricordano come la chiesa di Sancta Maria ubi
Dominus apparuit.
(tratto da La Via Appia Regina Viarium, Via peregrinorum )
All’interno di essa è custodita una copia, l’originale è a San
Sebastiano, i frati minori custodi della basilica portarono
l'originale li, per la grande venerazione che si era diffusa fra
i pellegrini, ma la chiesa incustodita era sempre chiusa
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